C’è chi critica per migliorare e chi provoca per farsi notare.
L’uscita di Giles Coren sul Times — «la cucina italiana è una truffa» — appartiene chiaramente alla seconda categoria. Non è un’analisi gastronomica, non è una riflessione culturale: è un monologo sarcastico che usa l’Italia come bersaglio facile, sacrificando la complessità sull’altare della polemica.
Eppure, leggendo attentamente il suo intervento, emerge una verità scomoda: Coren non attacca davvero la cucina italiana. Attacca l’immaginario che una parte del mondo anglosassone ha costruito sull’Italia. Il problema è che, per farlo, colpisce alla cieca, confondendo il marketing turistico con la realtà profonda dei territori.
L’Italia come fantasia esotica: il vero bersaglio di Coren
Nel suo articolo, Coren prende di mira un’idea ben precisa: quella dell’Italia rurale trasformata in cartolina.
Casolari “autentici”, ristoranti ricavati da stalle, vino della casa a fiumi, cibo locale mitizzato solo perché povero e semplice. Un’Italia immaginata come ferma nel tempo, arretrata ma seducente, utile soprattutto a soddisfare il bisogno di autenticità di una borghesia in fuga dalla modernità.
Su questo punto, paradossalmente, Coren non ha tutti i torti.
Quell’Italia stereotipata esiste. Ma non è l’Italia reale. E soprattutto non è la Toscana vera, quella che vive e lavora ogni giorno sul territorio.
Il problema: dall’analisi all’insulto
Il passaggio critico avviene quando Coren sceglie l’arma dell’invettiva.
Dalla caricatura del turismo gastronomico passa direttamente alla delegittimazione totale: ristoranti “pessimi”, personale “scortese”, italiani ostili, cucina salvabile solo nella pizza. Un accumulo di frasi ad effetto che non costruiscono un ragionamento, ma un personaggio.
Il metodo è sempre lo stesso: esagerare per fare rumore, ignorando fatti verificabili, come nel caso dell’attacco a Massimo Bottura e all’Osteria Francescana, liquidata come “miglior ristorante del mondo a torto”, nonostante premi e riconoscimenti documentati.
Qui non siamo più nella critica: siamo nella provocazione fine a sé stessa.
Toscana: non una favola, ma un sistema vivo
Ed è qui che il discorso cambia prospettiva.
La cucina italiana — e quella toscana in particolare — non è un’ideologia né un mito da difendere per patriottismo. È un sistema culturale vivo, fatto di gesti quotidiani, filiere corte, biodiversità, lavoro agricolo, trasformazioni artigianali, relazioni umane.
In Toscana il cibo non è mai stato una performance.
È stato necessità, ingegno, adattamento.
Pane senza sale, zuppe di recupero, legumi dimenticati, olio e vino come beni comuni: non folklore, ma storia materiale. Altro che “truffa”: questa è cultura che ha nutrito generazioni, ben prima che qualcuno la raccontasse sulle riviste patinate.
Il paradosso finale: ketchup contro territorio
Nel finale, Coren abbandona del tutto l’Italia e si rifugia nell’autocelebrazione della cucina britannica, trasformando il sarcasmo in una lista grottesca di non-piatti: spaghetti col ketchup, toast bruciati, porridge come materiale isolante.
È satira, certo. Ma è anche una resa implicita.
Quando il confronto scende a quel livello, il messaggio è chiaro: non si sta più parlando di cibo come cultura, ma di provocazione come spettacolo.
Perché la cucina italiana sopravvive a tutto questo
La cucina italiana — e la Toscana lo dimostra ogni giorno — non ha bisogno di essere santificata dall’Unesco per esistere. Esiste perché è praticata, vissuta, condivisa. Perché è ancora un linguaggio quotidiano, non una battuta.
Il sarcasmo passa.
Gli articoli provocatori invecchiano.
I personaggi cambiano.
La tavola resta.
E resta soprattutto dove il cibo è ancora legato ai territori, alle persone, alla terra. È per questo che la cucina italiana viene copiata, banalizzata, attaccata. E puntualmente digerita meglio di chi la contesta.
Altro che truffa. Questa è resilienza culturale.